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Dichiarazione della delegazione del KKE al Parlamento europeo a proposito della conferenza sul clima di Copenaghen

 
 
 
Comunicato Stampa
 
Strasburgo, 24/11/2009
 
Le crescenti minacce per l'ambiente e la salute, in particolare i pericolosi cambiamenti climatici da cui consegue il riscaldamento globale sono frutto dello sviluppo industriale basato sul profitto capitalistico, la mercificazione della terra, dell'aria, dell'energia e dell'acqua.
 
Questi fenomeni non possono essere affrontati, né mitigati dal potere capitalista, che di questi problemi è il diretto responsabile. È dimostrato come, in buona sostanza, le strategie e le misure proposte abbiano come principale obiettivo il profitto dei capitali da investire nonché l'accaparramento di diritti ulteriori all'emissione di sostanze nell'ambiente, e non la soluzione dei problemi ambientali in combinazione alla soddisfazione dei bisogni collettivi.
 
La posizione del KKE è totalmente diversa: per pianificare e attuare un percorso di sviluppo che contribuisca a controbilanciare "il rapporto dell'uomo con la natura" e la contemporanea soddisfazione dei bisogni popolari, devono essere rovesciati i rapporti capitalistici di produzione.
 
I governi borghesi - socialdemocratici e conservatori che siano - con le loro organizzazioni interstatali nascondono dietro le ipocrite dichiarazioni della UE sul "rispetto dell'ambiente" e dietro le proposte "di economia sostenibile" a "bassa emissione di carbonio":
 
- L'intensificazione delle contraddizioni imperialiste nel settore dell'energia sia all'interno dell'Unione Europea, nonché tra l'Unione Europea e Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia, India, ecc;
 
- Il perseguimento di una proficua opportunità per accumulare capitali attraverso la "economia sostenibile" e la mercificazione della tutela ambientale;
 
- L'appello alla collaborazione tra le classi in nome del carattere globale del problema che con la piena adesione alle direttive UE produrrà in Europa il proseguimento della ristrutturazione capitalistica, l'intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori generalizzando le forme flessibili e temporanee di lavoro, l'attacco ai contratti collettivi di lavoro e al sistema di sicurezza sociale e i tagli sulla l'assistenza sanitaria, sociale e l'istruzione;
 
- L'accelerazione della concentrazione e centralizzazione del capitale.
 
Di tutto questo è lastricata la via della Conferenza sul clima di Copenaghen che vede acuirsi le contraddizioni interimperialiste. Basti dire che l'obiettivo iniziale per lo sviluppo di un nuovo accordo internazionale complessivo con norme e meccanismi di misurazione giuridicamente vincolanti (diverso da quello dell'epoca di "Kyoto" in cui la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [UNFCCC] coesisteva con il "Protocollo di Kyoto"), sembra essere abbandonato in favore, come sostengono varie fonti, di un accordo "politico" di carattere generale.
 
L'Unione Europea cerca, nel quadro delle contraddizioni interimperialiste, di insediare e spianare la strada per i futuri investimenti monopolistici europei, verso "tecnologie a bassa emissione di carbonio", e nel contempo cerca di soddisfare le aspettative del capitale finanziario per la speculazione nella "Borsa delle emissioni" [un mercato di scambio delle quote di emissione di anidride carbonica].
 
L'Unione Europea intende centrare a Copenaghen gli obiettivi non raggiunti in seno alla Conferenza di Bali, dicembre 2007 (COP-13) e alla conferenza di Poznan, dicembre 2008 (COP-14), promuovendo proposte concrete su basi scientifiche di contestata validità.
 
Nel documento del Consiglio europeo, vi è un riferimento specifico e ben documentato al finanziamento dei paesi in via di sviluppo (Allegato II), per contrastare i cambiamenti climatici, ma senza alcun impegno quantitativo. Altri documenti comunitari – ad esempio nella dichiarazione del Comitato COM (2009) 475 (10-9-2009) sul "Potenziamento dei finanziamenti internazionali per affrontare i cambiamenti climatici ... in vista dell'accordo di Copenhagen" – avanzano la cifra di 100 miliardi di euro annui, di cui il 20-40% coperto da "risorse nazionali pubbliche e private" (che significa pieno adeguamento delle economie nazionali alle scelte dei monopoli internazionali), il 40% dal "mercato globale delle emissioni di carbonio" e il resto dal "finanziamento pubblico internazionale".
 
Ma cosa significa "finanziamento dei paesi in via di sviluppo"? Quali elementi si celano dietro l'uso di tale espressione da parte della UE?
 
1. Innanzitutto non si parla di paesi in via di sviluppo in generale, ma dei Paesi Meno Sviluppati (Least Developed Countries – LDCs, in italiano PMS) dell'Africa e dei piccoli stati insulari. (Vedi punto 3)
 
2. L'ulteriore prelievo sui lavoratori dei paesi dell'Unione Europea con "tasse verdi" per promuovere tecnologie "innovative", "a bassa emissione" e ad alto costo, che i monopoli europei realizzeranno con notevoli profitti.
 
3. Il rafforzamento della presenza imperialista dei paesi sviluppati dell'Europa in aree di interesse geostrategico, prima e soprattutto in Africa.
 
4. La definizione di un modello di sviluppo per il "finanziamento" dei paesi meno sviluppati a partire dalle "economie a bassa emissione" e non secondo criteri riferibili alla produzione nazionale e alle prospettive di sviluppo; quindi un sistema modellato sugli interessi economici dell'Unione Europea e i suoi partner.
 
5. E, naturalmente, attraverso la riforma del mercato azionario dell'inquinamento abbinato al Meccanismo di Sviluppo Pulito [Clean Development Mechanism – meccanismo flessibile che permette alle imprese dei paesi industrializzati con vincoli di emissione di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas serra nei paesi in via di sviluppo senza vincoli di emissione. Wikipedia], è consentito ai monopoli dell'Unione Europea, alle società controllanti o consociate che hanno sede nei paesi europei, di godere di crediti di emissione interna.
 
Tutto ciò dimostra che le strategie dell'Unione Europea e del Parlamento Europeo per la Conferenza sul clima di Copenaghen, esprimono gli interessi del capitale e sono contrarie agli interessi della classe operaia, agli strati popolari e alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo.
 
Il KKE si oppone radicalmente alla strategia del capitale e della UE sui cambiamenti climatici. Pertanto, si oppone alla proposta di risoluzione del Parlamento Europeo intitolata alla "Strategia della UE per la Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenaghen".
 
Il KKE lotta per il soddisfacimento complessivo dei bisogni collettivi, secondo la ricchezza prodotta da ciascun paese. La tutela dell'ambiente è uno di questi bisogni fondamentali, ma non riteniamo possa essere trattato come "variabile indipendente".
 
La socializzazione dei principali mezzi di produzione e la pianificazione centrale della vita economica, controllata dal popolo e dai lavoratori, attraverso il potere popolare e il controllo sull'economia, sono i requisiti per la tutela dell'ambiente e la soddisfazione dei bisogni contemporanei della classe lavoratrice e degli strati popolari.
 
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Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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